Questo gelato è “grasso”: ma è lo zucchero che sta parlando

C’è un giudizio che si sente spesso al banco, e non solo dai clienti: “questo gelato è grasso”, “questo invece è leggero”. Lo dicono i consumatori, ma lo scrivono anche le guide e i recensori, gente allenata all’assaggio. Il problema è che quel giudizio, spesso, non descrive il grasso reale del prodotto: descrive lo zucchero.
L’esperimento che lo dimostra
Ci sono studi che mettono alla prova esattamente questa confusione. Sono stati preparati gelati alla vaniglia in nove combinazioni incrociate di zucchero (8%, 13%, 18%) e grasso (10%, 14%, 18%), valutati sia da un panel di 15 giudici addestrati sia da 146 consumatori comuni, con analisi descrittiva, misure strumentali di texture e rating di gradimento.
Il dato chiave: a basso livello di zucchero, i giudici distinguono benissimo i tre livelli di grasso, l’intensità “fatty” percepita passa da 3,6 a 6,1 a 9,6 su una scala a 15 punti, una progressione netta e leggibile. Ma a zucchero medio-alto, quella stessa progressione si appiattisce: i tre gelati, pur avendo grasso reale molto diverso (10%, 14%, 18%), vengono percepiti come quasi ugualmente “grassi”. Lo zucchero, cioè, non aggiunge semplicemente una sua quota di “fatty” percepito, comprime e confonde la lettura del grasso vero. Un gelato a basso grasso ma zucchero elevato può risultare grasso quanto uno a grasso pieno; un gelato realmente ricco di grasso, se lo zucchero è alto, non si distingue più a sufficienza da uno che di grasso ne ha molto meno.
Questo perché lo zucchero non è, sensorialmente, solo dolcezza. Nello stesso studio, la curvatura delle superfici di risposta per gli attributi di texture: “cremosità , grassezza, sensazione di rivestimento in bocca” è più marcata lungo l’asse zucchero che lungo l’asse grasso. Lo zucchero ha una sua capacità strutturale propria, indipendente dal contenuto lipidico: costruisce corpo, cremosità e “untuosità” percepita per conto suo.
Anche senza guardare in etichetta
Un altro studio sul Journal of Dairy Science ha testato gelati alla fragola a contenuto di grasso variabile, includendo una versione a 0% di grasso corretta con polidestrosio e maltodestrine. Risultato: quella versione, senza un grammo di lipidi, risultava più cremosa e più untuosa al palato della versione senza grassi, un effetto puramente texturale, costruito con la struttura e non con il grasso. Lo stesso studio individua anche una soglia: sopra il 14% di grasso, la cremosità percepita diventa nettamente distinguibile; sotto, le differenze si notano poco, a meno di intervenire con questi agenti al posto del grasso.
Zucchero e bulking agent, quindi, sono due strumenti diversi che producono lo stesso inganno: entrambi possono simulare — o mascherare — la sensazione di grasso indipendentemente da quanto grasso ci sia davvero.
Perché anche i più esperti ci cascano?
Il punto interessante è che questo appiattimento non riguarda solo consumatori distratti. Un valutatore esperto sa descrivere bene un attributo isolato, ma di fronte a una ricetta reale dove zucchero, grasso e struttura cambiano, la stessa compressione percettiva si applica anche a lui. “Questo gelato è grasso” può essere, in tutta onestà professionale, un giudizio sullo zucchero e su bulking agent e non da giudizio sul grasso.
Cosa cambia in pratica
Se il giudizio “questo è un gelato grasso” nasce spesso dallo zucchero (o dagli agenti di struttura) e non dal grasso reale, allora due gelati con la stessa percentuale di grassi possono ricevere valutazioni opposte solo per effetto della ricetta zuccherina — e due gelati con grasso molto diverso possono ricevere la stessa identica valutazione. Per chi fa gelato, questo significa che si può alzare o abbassare la sensazione di ricchezza percepita agendo su leve diverse dal grasso; per chi lo giudica ,cliente o guida che sia, significa che l’etichetta “grasso” o “leggero” affibbiata a naso e cucchiaio racconta la ricetta zuccherina più spesso di quanto racconti la lista ingredienti.
Gli studi, ovviamente, vanno rapportati alla realtà quotidiana dei laboratori e so esattamente che variabili diverse cambiano il risultato finale. Ma il meccanismo zucchero e struttura come variabili che confondono la lettura del grasso, anche per un palato allenato, resta un punto solido da tenere a mente prima di fidarsi del primo giudizio “è grasso” che si sente al banco.

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